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Il popolo del caffè (lettera ad un amico su Marte)

caffeNon c’è partito più rappresentativo in Italia.

In questo momento migliaia di italiani stanno bevendo una tazzina, qualche centilitro davvero, di acqua calda macchiata da tracce di un macinato di alcuni piccoli semi di piccole piante tropicali. Perché?
E lo fanno tutti davvero, dall’adolescente (si, perché ai bambini non si dà se no diventano iperattivi) alla nonna (che beve una tazzina intera se sono le 14:00, mezza tazzina se sono le 15:30 al massimo le 15:59 e non lo beve dalle 16:00 in poi perché se no non dorme la notte).

Pensa che esistono dei negozi interi che vendono soltanto caffè. Di solito questi posti, che chiamiamo “bar” o “caffè”, per non dare a vedere il fatto che un’intera infrastruttura è stata disposta per piccole tazzine di acqua bollente sporca, hanno sullo sfondo, tipo scenografia, una infinità di bottiglie di bevande più o meno alcoliche. Ogni tanto qualche cliente del bar, che di solito i più chiamano “alcolizzato”, in accordo con il barista finge di ordinare un “Borghetti” tanto per non dare a vedere che quell’intero negozio è disposto alla vendita di un solo articolo.

I consumatori di caffè poi hanno un rito: all’arrivo della tazzina la osservano, la soppesano, ne scrutano il colore e le sfumature date dalla schiuma superficiale e esprimono cenni di approvazione o disapprovazione con qualche contrazione dei muscoli facciali; poi, siccome il caffè è anche amaro, versano al suo interno qualche etto di zucchero, di solito a sufficienza per eliminare quel saporaccio amaro. Il consumatore allora analizza quanto tempo lo zucchero impiega per raggiungere il fondo e esprime un giudizio questa volta più deciso, un sorriso nel caso in cui lo zuccheri si appoggi sulla superficie per poi scendere lentamente in 1,5 secondi oppure con una smorfia di disapprovazione e lanciando uno sguardo intimidatorio nei confronti del barista se lo zucchero cade come pera marcia cade. Una rapida mescolata allo zucchero, annusamento veloce dell’aroma del caffè e poi giù in due tre sorsi. Poi giudizio finale da cui dipende la vita del barista.

Il consumatore di caffè di solito è un abile associatore di sapori a luoghi, quindi ha una mappatura di tutta la provincia secondo il criterio “luogo/bontà” e riesce a dirti frasi come “per bere un buon caffè devi recarti a San Ferdinando in Maggiore, in via della Porta 39 presso il bar Ugo”.

Mi auguro riuscirai anche tu a conquistare presto queste abilità e a coinvolgerti nella nostra normalità.

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